In Italia si parla quasi esclusivamente di entrate ed uscite “mobili”, i piani più avanzati di gestione e organizzazione dell’orario lavorativo possono attendere.
A rivelarlo sono i risultati dell’indagine European Company Survey svolta da Eurofound, organo comunitario che si occupa del miglioramento delle condizioni del lavoro.
La ricerca esalta maggiormente il trend nord-europeo: in Finlandia, Regno Unito, Danimarca, Svezia e Germania il 70% delle aziende, oltre a garantire orari di ingresso ed uscita flessibili, inserisce negli schemi lavorativi l’accumulo di ore. In questo modo chi lavora 2 ore in più del previsto, potrà uscire 2 ore prima il giorno successivo oppure accumulare “bonus” che permetteranno di avere giorni liberi extra; nella maggior parte dei casi, questo genere di flessibilità oraria viene applicato su base settimanale, mensile o addirittura annuale, ma ci sono esempi di aziende tedesche e scandinave che permettono ai dipendenti di sfruttare l’accumulo di bonus orari per andare in pensione prima del tempo.
In Italia, invece, i minimi orizzonti di flessibilità oraria sono garantiti dal 48% delle aziende, ma solo il 15% di queste permette ai dipendenti di prendersi giorni liberi o di variare l’orario di entrata e uscita dal lavoro. Queste percentuali classificano il Bel Paese al pari di Ungheria, Lituania, Portogallo, Grecia, Cipro e Turchia.
Il Nord-Europa “funziona” meglio anche sul piano degli straordinari: in Germania, Finlandia e Olanda questo strumento è utilizzato dall’80% delle aziende che, in cambio di ore lavorative in più, riconosce ai dipendenti sia una remunerazione economica che una riduzione del lavoro. La percentuale italiana degli straordinari si avvicina al trend delle nazioni “big” (70%), ma proprio non riesce a contemplare una diminuzione delle ore lavorative.
Anche il part-time, in questo periodo storico molto sfruttato sia in Italia che all’estero, segna differenze organizzative abbastanza sostanziali. Mentre in Germania, Belgio, Olanda, Francia e nei paesi scandinavi viene utilizzato senza schemi fissi in termini di giorni e ore lavorative e viene negoziato tra azienda e dipendenti all’interno di un quadro contrattuale regolato, in Italia si applica spesso in modo rigido e ripetitivo. Sarà forse per il concetto arretrato di part-time che risiede nel nostro Paese: è molto raro vedere dirigenti o dipendenti che occupano alte cariche aziendali avvalersi di contratti simili; molto più semplice lavorare part-time se la qualifica lavorativa è medio-bassa.
L’Italia e tutto il Sud-Europa sembrano procedere a rallentatore rispetto ai Paesi del nord. Semplice disinteresse per la questione o necessità di uno svecchiamento ideologico?