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Dopo la fase di crescita degli ultimi anni, nel 2007 rallenta il mercato del lavoro in Italia. Poco più di un milione e mezzo i disoccupati, circa un milione in meno rispetto a 10 anni prima.

ROMA – Dopo la fase di crescita degli ultimi anni, nel 2007 rallenta il mercato del lavoro in Italia. Continua a diminuire la disoccupazione, ma questo non corrisponde ad un aumento del numero degli occupati, a crescere è invece il tasso di inattività. Lo rivela il rapporto annuale Istat 2007. Secondo l’istituto di statistica l”occupazione è cresciuta lo scorso anno ad un ritmo dimezzato rispetto al 2006, concentrandosi soprattutto nelle regioni del Nord dove per i due terzi l’espansione è dovuta alla forza lavoro straniera. Nel 2007 il tasso di attività si attesta infatti al 62,5% contro il 70,5% che si registra invece nell’Europa a 27. A due anni dal traguardo fissato per il 2010 sembra quindi difficile per l’Italia riuscire ad onorare gli impegni fissati a Lisbona.

La disoccupazione continua comunque a scendere, con un ritmo costante che va avanti ormai dal 1999. Un calo che tende a rafforzarsi a partire dal 2004. Nel 2007 i disoccupati in Italia erano poco più di un milione e mezzo, circa un milione in meno rispetto a dieci anni prima. Il fenomeno non interessa però soltanto il nostro paese, anche nell’Ue il rapporto tra le persone in cerca di impiego e le forze lavoro è sceso dal 9% del 2004 al 7,1% del 2007. Ma se negli altri paesi europei il restringersi dell’area di disoccupazione corrisponde a una minore inattività, questo non succede in Italia dove a partire dal 2003, la diminuzione dei disoccupati non si è accompagnata ad un aumento significativo dell’occupazione. A crescere è stata invece la fascia di inattività.
Tra le persone con un’età compresa tra i 15 e i 64 anni infatti, gli inattivi sono aumentati fino al 2005, con un lieve calo nel 2006 e una ripresa nell’ultimo anno. Tra gli inattivi l’Istituto di statistica distingue due tipologie di persone. Una distante dal mercato del lavoro costituita da chi non è disponibile né interessato a lavorare, come i pensionati e i giovani studenti, l’altra composta invece da soggetti a vario titolo disposti a lavorare e che rientrano quindi nella cosiddetta “zona grigia”. Nel 2007 facevano parte di quest’area circa tre milioni di persone, 318 mila in più rispetto al 2004. Il fenomeno è localizzato nove volte su dieci nel Sud Italia e riguarda per due terzi le donne. (ec)
Fonte ISTAT

ROMA (17 ottobre) – I nuovi contratti a termine non potranno più superare complessivamente i 36 mesi. È però consentita alle aziende una e una sola deroga a condizione che la stipula avvenga presso la direzione provinciale del Lavoro competente per territorio e con l’assistenza di un rappresentnate di una delle organizzazioni sindacali comparativamente più rapppresentative sul piano nazionale cui il lavoratore sia iscritto o conferisca mandato. In caso di violazione di questa norma il nuovo contratto si considera a tempo indeterminato. Le aziende avranno comunque 20 giorni di tempo per ‘regolarizzarè la proroga. È questa la stesura definitiva, concordata tra governo, sindacati e Confindustria, della norma sui contratti a termine che sarà applicata a tutti i nuovi contratti che decorreranno dall’entrata in vigore della legge (presumibilmente dal 1 gennaio 2008).

Norme transitorie: Per quei lavoratori invece che hanno già accumulato precedentemente al 1 gennaio 2008 un certo numero di mesi di contratto a termine e che siano assunti dalla stessa azienda dopo il 1 gennaio 2008 è previsto che le nuove regole siano applicate dopo 15 mesi dall’entrata in vigore della legge, presumibilmente quindi da aprile 2009. Questo per risolvere il nodo di quei lavoratori a cavallo tra vecchie e nuove norme. «Il periodo di lavoro già effettuato alla data di entrata in vigore della legge si computa, insieme ai periodi successivi di attività ai fini della determinazione del periodo massimo, decorsi 15 mesi dalla medesima data», dice il testo. Proseguiranno con la vecchia disciplina invece quei lavoratori attualmente occupati che hanno già un contratto in essere. In questo caso infatti le nuove norme si applicheranno solo nel caso l’azienda decida di rinnovare il contratto a termine.

Esenzioni per stagionali: Sono esentati dall’applicazione delle nuove norme, invece i lavoratori stagionali le cui attività sono ricomprese nell’elenco contenuto nel Dpr del 1963 nonchè di quelli che saranno individuati dagli avvisi comuni e dai contratti collettivi nazionali.

Diritti di precedenza in assunzioni a tempo determinato: I lavoratori che nell’esecuzione di uno o più contratti a termine presso la stessa azienda, abbiano prestato attività lavorativa per un periodo superiroe ai 6 mesi ha diritto di precedenza nelle assunzioni a tempo indeterminato effettuate dal datore di lavoro entro i succesivi 12 mesi con riferimento alle mansioni già espletate in esecuzione dei rapporti a termine. Anche i lavoratori assunti a termine per lo svolgimento di attività stagionali ha diritto di precedenza rispetto a nuove assunzioni a termine da parte dello stesso datore di lavoro per le medesime attivtià stagionali. Il diritto di precedenza può essere esercitato a condizione che il lavoratore manifesti in tal senso la propria volontà al datore di lavoro entro rispettivamente sei mesi e tre mesi dalla data di cessazione del rapporto stesso e si estingue entro un anno dalla data di cessazione del rapporto di lavoro.

Tratto da http://www.ilmessaggero.it/

L’Ocse bacchetta l’Italia: troppo poche le donne che lavorano nel nostro Paese. Per quanto riguarda la partecipazione femminile al mondo del lavoro l’Italia si piazza infatti al quart’ultimo posto tra i paesi in ambito Ocse, davanti soltanto a Corea, Messico e Turchia. E’ quanto si evince dal Rapporto dell’istituto sulle prospettive dell’occupazione. Il tasso di occupazione delle donne in Italia nel 2005 era al 45,3 per cento, contro il 56,1 della media Ocse e il 57,8 dell’Europa a 15. Il tasso di disoccupazione tra le donne in Italia supera il 10 per cento, contro il 7 della media Ocse e il 9 dell’Europa a 15.

Il part-time pesa sul lavoro delle donne per il 29,2%, contro il 5,3% degli uomini. Sul totale dei part-time il 78% riguarda le donne, in linea però con il resto dei Paesi europei. L’Italia non favorisce nemmeno il lavoro degli anziani (anche qui è al quart’ultimo posto nella classifica Ocse) e dei giovani, rispetto ai quali si colloca al 23/o posto sui 30 Paesi che fanno parte dell’organizzazione. L’altra categoria non aiutata è quella dei lavoratori con una bassa professionalità: anche in questo caso l’Italia è in coda, al 24/o posto.

I salari non crescono abbastanza
Il tasso di crescita delle remunerazioni reali per lavoratore, nel settore delle imprese, é in salita da qualche tempo nell’area Ocse, dove è passato dalla media dell’1,1% del 2004 all’1,6% del 2005 (all’1,5% nel 2006 e all’1,9% nel 2007). Siamo al di sopra del tasso di crescita all’1,1% registrato nel decennio di moderazione salariale 1993-2003, “ma resta ancora al di sotto – evidenzia l’organizzazione di Parigi – della crescita media della produttività del lavoro”. In questo contesto l’Italia si colloca ben al di sotto della media Ocse con una crescita dei salari reali allo 0,5% per quest’anno (in calo rispetto allo 0,6% del 2005) e all’1% per il prossimo anno.

L’Employment Outlook sottolinea inoltre un rallentamento della crescita dell’occupazione, che in Italia aumenterà dello 0,6% nel 2006 e solo dello 0,4% nel 2007. Nel 2005 era stata dello 0,7 per cento. Ritmi ben diversi dal resto dell’area Ocse, dove mediamente si segnala un +1,3 per cento per il 2006 e +1,1 per il 2007. ‘La debolezza della crescita economica in Italia si è tradotta anche in un debole tasso di crescita dell’occupazione’ spiegano o ricercatori dell’organizzazione.

Disoccupazione in calo
Cala la disoccupazione ma, se si analizza l’ultimo decennio, non abbastanza o comunque non al passo della media Ocse. Nel 2006 si passera’ al 7,7% e nel 2007 al 7,6%. Nel 2005 il tasso di disoccupazione era al 7,8%. In Italia i disoccupati sono quasi 2 milioni. Il Rapporto però, considerando il decennio 1994-2004, fa notare che l’Italia non ha fatto progressi considerevoli. “Una riduzione molto forte del tasso di disoccupazione – si legge nel Rapporto – è stata registrata in Irlanda, Spagna e Finlandia, tutti Paesi in cui il tasso di disoccupazione a metà degli anni 90 era molto alto. Al contrario, le tre più grandi economie europee non hanno fatto progressi o ne hanno fatti molto pochi, con l’Italia e la Francia che nella lotta alla disoccupazione hanno registrato qualche lieve successo in più di quanto invece è accaduto in Germania negli ultimi anni”. I dati relativi all’Italia sono in linea con quelli dei Paesi europei che fanno parte dell’Ocse: il tasso di disoccupazione è visto all’8,5% nel 2006 e all’8,2% nel 2007 (nel 2005 era all’8,7%). Nella Ue a 15 si passa dal 7,9% del 2005 al 7,6% del 2006 e al 7,3% del 2007; nella Ue a 19 la disoccupazione scende dall’8,7% dello scorso anno all’8,4% previsto dall’Ocse per l’anno in corso e all’8,1% per il 2007.

Il cuneo fiscale
“La riduzione del cuneo fiscale di 10 punti percentuali nella media dei Paesi Ocse – spiega l’organizzazione di Parigi – ridurrebbe la disoccupazione del 2,8% e aumenterebbe il tasso di occupazione di almeno il 3,7%”. Le affermazioni, spiega l’Ocse, sono basate sulla esperienza dei paesi in cui negli anni recenti é stato tagliato il cuneo fiscale.

Il lavoro a termine non piace
Il lavoro temporaneo è un fenomeno molto italiano ed essenzialmente non piace a chi lo fa. Lo rileva l’Ocse nel Rapporto sulle prospettive dell’occupazione. Il lavoro a termine “é cresciuto significativamente solo in pochi paesi, come Belgio, Italia, Olanda e Portogallo – si legge nell’analisi dell’organizzazione di Parigi – mentre è in calo in Irlanda, Spagna, Turchia e Islanda. Nella grande maggioranza dei paesi l’occupazione temporanea resta largamente involontaria, con più della metà dei lavoratori – sottolinea l’Ocse – che affermano di preferire un lavoro a tempo indeterminato”.

tratto da http://www.rassegna.it/2006/lavoro/articoli/ocse.htm