Archivio di gennaio 2006

Le prove di gruppo e i test logico attitudinali

Pubblicato da weblogit il 18 gennaio 2006 in Colloquio - Durante

Il colloquio di selezione non è l’unica prova usata dalle aziende. Anche se da una nostra recente indagine risulta che oltre il 75% delle aziende interessate ad assumere diplomati predilige il colloquio individuale come forma e criterio di selezione, accompagnandolo, talvolta, ad un test psico-attitudinale e/o linguistico-tecnico. Così, soltanto il 24% delle aziende intervistate si serve di colloqui di gruppo utilizzandoli come forma di screening iniziale. Vediamo rapidamente in che cosa consistono.

Le dinamiche di gruppo

Si tratta di prove adoperate, in particolare ma non solo, quando occorre selezionare del personale per ruoli in cui sono importanti le capacità di relazione, come per i commerciali, o quando i candidati sono molto numerosi (come spesso capita con le selezioni dei neodiplomati). Consistono generalmente in una discussione di gruppo, cui partecipano 6-10 persone con provenienza ed esperienza in linea di massima omogenee, alla presenza dei selezionatori, che rimarranno, una volta spiegate le regole, osservatori silenziosi e impassibili. Si viene radunati in una stanza, attorno a un tavolo, spesso senza essere presentati e quindi nulla conoscendo l’uno dell’altro (se non per vostra iniziativa); si ha di solito un breve lasso di tempo per studiare individualmente un “caso” scritto e poi mezz’ora-un’ora per discuterlo pubblicamente e prendere rispetto a esso delle decisioni.
Il caso a volte verte su problematiche “seriose”, di tipo organizzativo o gestionale; a volte invece è volutamente surreale o “avventuroso”, ma le regole del gioco non cambiano. Fa’ attenzione dunque alle seguenti cose:
1. a cosa dici e a come lo dici: gli interventi saranno apprezzati solo se forniranno nuovi stimoli, sbloccheranno situazioni in stallo, esprimeranno con metodo valutazioni o proposte finalizzate a un risultato concreto;
2. a scegliere il posto giusto: a meno che (ma è raro) si occupino interamente i lati o la circonferenza del tavolo, vi sarà un “capotavola”, un “fuoco” o fulcro dei presenti: su questo fulcro, o sulle persone immediatamente accanto, finisce quasi sempre per insediarsi anche il fulcro della discussione, mentre chi siede verso le ali estreme corre rischi molto maggiori di essere emarginato;
3. a non “parlare troppo”: piuttosto osserva, ascolta, ragiona e poi parla. Sarai valutato, infatti, per come organizzerai, elaborerai, esporrai e deciderai le questioni che ti saranno sottoposte.

I test attitudinali

Una volta molto usati, e molto temuti, i test attitudinali si incontrano oggi raramente, a eccezione dei test logici che vengono però adoperati principalmente per alcune specifiche posizioni (ad esempio quella di analista/programmatore) che richiedono particolari capacità di ragionamento.
I test psicologici e le analisi grafologiche sono poco usati perché per fornire realmente un valore aggiunto, rispetto ad altre prove più semplici, richiedono tempi e livelli di specializzazione che poche aziende si possono permettere.
Prove di cultura generale o test di “creatività”, sono a volte adoperati, ma come elementi integratori del colloquio, e non come strumento principale di selezione. “Prepararsi” per questi test è ad un tempo facile ed impossibile: è cioè facile capirne la struttura, effettuando alcuni test-base che ne chiariscono i meccanismi ed evitare così la tensione al momento cruciale; è impossibile sperare di “allenarsi”, in quanto i test logici sono simili nei meccanismi ma diversi nelle soluzioni, e quelli attitudinali non dovrebbero consentire, se ben fatti, di “manipolare” in alcun modo le risposte.
Attenzione però: un mini-test a volte significativo è la compilazione del questionario che quasi sempre precede il colloquio o la stessa convocazione da parte dell’azienda. Nel rispondere a domande banali, capita che per fretta o distrazione si riescano a scrivere stupidaggini che a volte, a torto o a ragione, vengono interpretate come indici di carenze più significative.

Fonte: Dopo il diploma, le opportunità formative e professionali per i neodiplomati, Ufficio stampa ACTL (Associazione per la Cultura e il Tempo Libero).

Il marketing di se stessi

Pubblicato da weblogit il 16 gennaio 2006 in Il mondo del lavoro

Certamente il paragonare una persona ad un prodotto, una merce, può riuscire antipatico, e anche fuorviante se si perde il senso della misura. Ma poiché, in un certo senso, il trovare il primo lavoro corrisponde al riuscire a trovare un acquirente per la nostra potenziale professionalità, analizzare il nostro comportamento alla luce delle tecniche di marketing, cioè della “scienza” che studia l’approccio al mercato, può essere senz’altro utile, soprattutto in un momento in cui l’offerta di neolaureati supera la domanda.
Infatti il mercato del lavoro, pur con tutte la sue specificità, è pur sempre un mercato e ne segue le regole, ove la legge lo consente. Verifichiamo dunque come interpretare alcune delle leve del “marketing mix” per agire più efficacemente.

• Il canale

Il canale è la strada attraverso cui il nostro prodotto giunge al cliente. Non abbiamo anche noi a che fare con negozi, grossisti, supermercati, cataloghi, vendita per corrispondenza, porta-a-porta? Che cosa sono le liste universitarie se non cataloghi, i career-days se non fiere, le società di selezione se non grossisti e mediatori di risorse umane? Più oltre vedremo in dettaglio i canali a disposizione: ma ora, in una strategia di marketing, dobbiamo ragionare su quali sono i più efficaci nel nostro mercato. Attraverso quali strade, di fatto, si arriva al lavoro? Quali funzionano, e quali no, anche in funzione del costo – in tempo o denaro – che richiedono? È difficile dare una risposta generale, poiché differenti tipi di lauree, e differenti realtà geografiche, richiedono canali diversi. Alcuni canali sono sicuramente affollati, come quello della “vendita per corrispondenza”, cioè del curriculum inviato per posta o per e-mail. Altri sono notoriamente inefficaci, come mettere inserzioni sui giornali. Il canale che più “vende” è, statisticamente, il porta-a-porta, cioè il contatto martellante e quotidiano con i conoscenti ed i conoscenti dei conoscenti: quasi la metà dei neolaureati trova lavoro con questo passaparola. Ma è il più efficace anche in termini qualitativi, o qui si concentrano coloro che accettano (quasi) qualsiasi lavoro?
Quello che è certo è che dobbiamo per prima cosa, intervistando persone più esperte di noi, capire quali sono i canali che “funzionano” nel nostro settore, e quelli da trascurare: investire su tutti non è possibile, bisogna concentrarsi, secondo il principio di Pareto, in quel 20% di attività che porta l’80% dei risultati. Gli studi legali usano, per le assunzioni, canali del tutto diversi da quelli usati dalle aziende, e le grandi e piccole aziende stesse non usano canali identici. Come scoprire quali sono i canali più efficaci nei settori che ci interessano ? Innanzitutto, semplicemente chiedendo a chi già si è collocato, ed alle associazioni professionali di riferimento.

• Il prezzo

Quando vi è un eccesso di domanda, di solito la prima reazione del mercato è un calo dei prezzi. Rispetto ai neolaureati, questo ha significato il proliferare di “offerte promozionali” sotto forma di stage, a volte anche gratuiti. Oggi chi non si propone alle aziende anche come stagista, in pratica si chiama fuori da un mercato che vale oltre il 50% del mercato globale. Il mancato, o parziale, guadagno dei primi mesi è comunque molto inferiore al rischio di tenere infruttifero il bene per un periodo indefinito.
Non è il caso invece di “svendersi” rispetto allo stipendio di assunzione, che è definito solitamente a livelli standard da tutte le aziende, senza possibilità (o rischi) di negoziazione individuale. È comunque oggi molto rischioso “costare di più”, cioè rifiutare le condizioni standard dei neolaureati, anche se si hanno brevi esperienze di lavoro che vorremmo far valere.
Va considerato tra l’altro che lo stipendio di assunzione non rispecchia necessariamente le politiche retributive complessive delle aziende stesse. Molte società di consulenza e di servizi ad alto valore aggiunto, ad esempio, che pagano stipendi altissimi già dopo pochi anni ai migliori, offrono stipendi di assunzione più bassi della media, mentre alcune aziende industriali pagano di più l’ingaggio iniziale, ma hanno crescite negli anni molto più lente.

• Il posizionamento

Il mercato dei neolaureati è solo apparentemente omogeneo. Infatti, le aziende assumono neolaureati a volte per posizioni di buon livello, in cui si potrebbe inserire una persona con una certa esperienza e responsabilità, mentre altre volte assumono neolaureati per posizioni non particolarmente significative, in cui si desidera, in alternativa ad un semplice diplomato, una risorsa con maggior cultura. Oltre a ciò, come noto, le aree funzionali ed i ruoli di inserimento sono i più diversi, quasi tutti con diverse alternative in termini di canali di reclutamento.
Se scegliamo un posizionamento alto, in quanto il nostro curriculum ce lo consente, è importante capire bene “a chi” e “a cosa” può servire il nostro prodotto, in modo innanzitutto da eventualmente arricchirlo (ad esempio con master o corsi post laurea) o personalizzarlo in funzione dei bisogni del nostro cliente.
Paradossalmente, anche un prodotto “povero” (ad esempio in termini di votazione, o di tipo di laurea, o di conoscenza delle lingue) può diventare più efficace di uno ricco, se trova il posizionamento giusto: capita di frequente che, per ruoli considerati molto operativi (ad esempio nelle vendite, o in fabbrica) si scartino curricula ritenuti troppo “brillanti” e si scelgano quelli che hanno un posizionamento adeguato per fare senza recriminazioni una dura gavetta (che può però portare nel tempo a posizioni di alta responsabilità).

• La pubblicità

In quest’ambito, spesso i neolaureati esagerano l’importanza del messaggio rispetto a quella del mezzo cui è affidato.
Così come la qualità di uno spot è meno importante rispetto al fatto che esso sia trasmesso quando in ascolto vi è molto pubblico, e soprattutto “quel” pubblico che si vuole raggiungere, altrettanto è importante, più che il c.v. sia scritto bene, che esso arrivi nelle mani giuste, al momento giusto.
Abbiamo già visto come il “canale” che vende di più non è quello postale, ma il “porta a porta” di amici e conoscenti, che segnalino il nostro nominativo a coloro che hanno potere d’intervento rispetto alle assunzioni (e quindi non i “pezzi grossi”, che si limitano svogliatamente a girare il c.v. al personale, ma il management intermedio, che è quello che effettivamente decide).
È anche chiaro che il c.v. è comunque un’arma spuntata, perché rimane spesso in memoria di chi lo legge poche ore appena, mentre molto più efficace per aumentare la nostra “shelf life” nella testa dei selezionatori è la conoscenza personale: per cui, inventatevi delle scuse, ma fate in modo di essere ricevuti e di conoscere a tu per tu tutti coloro che pensate possano essere i vostri clienti ideali.

• La differenziazione

È evidente che un neolaureato “qualsiasi” va forse abbastanza bene per quasi tutto ciò che è legato alla sua laurea, ma non va molto bene per nessuna posizione in particolare.
E quando la domanda supera l’offerta, un’altra delle tipiche risposte è la differenziazione, in funzione della segmentazione esistente sul mercato.
La differenziazione si fonda sull’esistenza di uno specifico vantaggio competitivo nei confronti della massa dei prodotti concorrenti.
Oltre che un corretto posizionamento, come già visto, ciò va fatto individuando, non solamente rispetto alle esperienze universitarie, ma soprattutto rispetto alle nostre caratteristiche personali, un “qualcosa di diverso” che ci renda più adatti a rispondere ad un bisogno del nostro cliente: questo “qualcosa” va ovviamente dimostrato, ma sia che si tratti di esperienze all’estero, come di conoscenze particolari in qualche materia innovativa, o di capacità sperimentate in attività sportive o associative, molti di noi devono solo fare un po’ di mente locale rispetto alle proprie “originalità”, per scoprire qualcosa di interessante, se sappiamo scandagliare bene il mercato e scoprire anche a chi può interessare.
Riprenderemo e approfondiremo diversi di questi concetti parlando del curriculum vitae e del colloquio.

Fonte: “Dall’università all’azienda, guida pratica per i neolaureati”, Ufficio stampa ACTL (Associazione per la Cultura e il Tempo Libero).

Nuove e vecchie lauree, nuovi e vecchi lavori

Pubblicato da weblogit il 12 gennaio 2006 in Il mondo del lavoro

Il 2005 è l’anno in cui sia la riforma dei cicli universitari, che partorisce la seconda ondata di laureati di primo ciclo, sia la cosiddetta “legge Biagi” cominciano ad essere valutabili nei loro effetti concreti.
La riforma dei cicli universitari avvicina l’Italia agli standard educativi della maggior parte dei paesi avanzati, ed è dunque nel complesso positiva, anche perché abbrevierà i tempi effettivi di laurea e avvicinerà nel tempo di molto il mondo universitario a quello produttivo. Nei primi anni, peraltro, è da prevedersi una certa confusione: né Università, né studenti, né imprese sembrano in grado di orientarsi con disinvoltura nella esplosione di opportunità formative definite dalla nuova legge. Ci vorrà del tempo per capire come le aziende differenzieranno la offerta lavorativa tra laureati di primo e secondo ciclo, e come i corsi universitari sapranno costruire le competenze cercate dalle aziende. Alcuni punti fermi sembrano però già visibili. Speriamo che le indicazioni contenute in questo volume possano aiutare.
L’altra grande novità recente del mondo del lavoro è la “riforma Biagi”. Dipinta da alcuni come la soluzione di tutti i mali che affliggono l’occupazione, da altri come un atto di barbarie che affamerà il popolo e distruggerà i diritti dei lavoratori, non è né l’una né l’altra cosa. È solo una serie di interventi “tattici”, che non modificano granchè la struttura di fondo della normativa del lavoro, introducendo un po’ più di flessibilità dove ce n’era bisogno ed un po’ più di garanzie e tutele per i lavoratori dove (come nel caso dei “co.co.co.”) si riteneva che gli imprenditori avessero troppa libertà d’azione. Per quanto riguarda i neolaureati, questa riforma è rilevante per due aspetti. Il primo è che ha sancito la scomparsa dei “contratti di formazione e lavoro (CFL)”, che da quasi vent’anni erano il principale strumento di assunzione di giovani da parte delle aziende. La scomparsa dei CFL era annunciata da tempo, anche per richiesta della Commissione Europea che non gradiva gli sgravi fiscali garantiti alle aziende; non cambia tuttavia molto, perché la riforma prevede la nascita dei “contratti di inserimento”, che sono anch’essi contratti a termine, ma finalizzati ad una successiva conferma, e anch’essi con benefici di costo per le aziende. Poiché peraltro i vantaggi sono minori, per le aziende, la tendenza è che i vecchi CFL sono perlopiù sostituiti da assunzioni a tempo indeterminato e, prima di questi, da un estesissimo uso, e qualche volta abuso, dello “stage”.
L’altro aspetto rilevante è quello, già accennato, della riforma dei “co.co.co”: questo è uno strumento che veniva utilizzato, per i neolaureati, a volte in modo improprio, solamente per precarizzarne al massimo il rapporto. La nuova normativa prevede al loro posto il “contratto a progetto”, che garantisce una limitazione alla temporaneità del rapporto. Vedremo meglio questi contratti in un apposito capitolo.

a) La laurea triennale o di “primo livello” (L)

Come ormai è noto non esiste più la laurea a ciclo unico (di 4 o 5 anni, eccetto per pochissime facoltà). Ci si può iscrivere a uno qualunque dei corsi di laurea triennali previsti dall’Ateneo che avete scelto, sempre che non vi sia il numero chiuso. In ogni caso tutti i corsi di laurea di “primo livello” che sono inseriti all’interno di 42 classi generiche a cui si può accedere dopo il diploma, durano tre anni, nei quali è previsto che voi acquisiate una solida preparazione di base e, quindi, le competenze scientifiche generali (padronanza dei metodi e dei contenuti generali), relative alla disciplina di studio che avete scelto.
Se tutto va bene, se superate gli esami e acquisite i crediti formativi necessari (180 crediti: vedi più avanti) potrete, dopo soli tre anni, laurearvi: sarete però un laureato junior.

Possibilità:
1. A soli 22 anni potrete già inserirvi nel mondo del lavoro;
2. Potrete accedere ai concorsi pubblici nei quali è previsto come titolo di studio la laurea, in questo senso è uguale alla vecchia laurea di 4 o 5 anni;
3. Non siete obbligati a continuare l’università e il corso di laurea con la successiva specializzazione di due anni, né ora, né più avanti; ma lo potrete fare se lo desiderate quando vorrete, anche dopo molto tempo;
4. Potete accedere a Master (cosiddetti di “primo livello”) per inserirvi in modo più qualificato (sia a livello di mansioni sia a livello di stipendio) nel mondo del lavoro;
5. Il lavoro che farete, o il master o i corsi di specializzazione se opportunamente certificati (vedi più avanti), vi daranno ulteriori crediti che potrete spendere, se volete, per conseguire la laurea di “secondo livello”: in poche parole, tutto potrà fare brodo ed essere considerato nel vostro curriculum di formazione.
Punti deboli:
1. La dubbia possibilità di lavoro dopo questo tipo di laurea triennale;
2. Il grado di preparazione che può essere raggiunto nell’arco di tre anni (soprattutto nelle discipline scientifiche e giuridiche);
3. La dubbia possibilità di acquisire crediti spendibili per il curriculum universitario anche attraverso il lavoro professionale e i master;
4 La reale efficacia formativa/professionale di una laurea di questo tipo.

Vecchi e nuovi corsi di laurea

I vecchi corsi di laurea di 4 o di 5 anni sono stati dunque scomposti e riorganizzati secondo il modello 3+2, eccetto i corsi di laurea in Medicina e Chirurgia, Odontoiatria e protesi dentaria, Medicina veterinaria, Farmacia che rimangono a ciclo unico di 5 o 6 anni e vengono considerate automaticamente come lauree specialistiche (dei veri dottori!), regolate da precise norme europee. Dopo il correttivo del decreto 270, anche il corso di laurea in Giurisprudenza sarà a ciclo unico quinquennale. Un caso a parte sono i corsi di laurea in Architettura: potrete optare per il percorso triennale per diventare architetto junior, classe 4 e, successivamente, accedere al biennio di specializzazione; oppure per il ciclo unico quinquennale.

E i diplomi di laurea, o laurea breve?

Dall’inizio degli anni novanta (la legge è la n. 341 del 19/11/1990) le Università italiane hanno istituito per molti corsi di laurea dei percorsi che in due o tre anni vi davano la possibilità di ottenere un titolo, “diploma di laurea”, spendibile immediatamente nel mondo del lavoro. Questo perché, a differenza dei corsi di laurea standard (di 4, 5 e 6 anni), i corsi di diploma vi preparavano prevalentemente da un punto di vista professionale, offrendoti gli strumenti pratici, attraverso un monte ore elevato di laboratori e tirocini, che vi permettono di svolgere un determinato lavoro. Ad esempio il diploma di logopedista, di fisioterapista, di viticultura ed enologia, di tecnica pubblicitaria, ecc., vi danno la possibilità concreta di esercitare la professione di logopedista, fisioterapista, viticultore, tecnico della pubblicità, ecc. In questi dieci anni, dopo una partenza non tanto felice, hanno dato buoni frutti, soprattutto per questo collegamento molto stretto con il mondo del lavoro.
Secondo la nuova riforma però tali corsi non hanno più ragione di esistere e, di conseguenza, sono stati soppressi o assorbiti nelle lauree triennali. Ma attenzione: proprio grazie a questa esperienza il nuovo decreto Moratti (la “riforma della riforma”), in qualche modo, li recupera introducendo accanto al percorso più lungo (1+2+2), un percorso più breve (1+2) e con un taglio, ed è questa la novità, decisamente professionalizzante, ovvero un percorso biennale che vi guidi e vi formi in vista dello svolgimento di un determinato lavoro, come avveniva con i diplomi di laurea. Comunque, a coloro che abbiano conseguito i “vecchi” diplomi di laurea viene riconosciuto automaticamente la conversione del titolo in quello di laurea triennale. A maggior ragione dovrà avvenire con i nuovi titoli triennali professionalizzanti (1+2) introdotti dal decreto Moratti.
Nel caso gli atenei introducessero già dal 2005-6 il percorso professionalizzante vi suggerisco per orientarvi meglio di riguardare i corsi di diploma universitario attivi prima della riforma del 1999, in quanto rappresentano l’unico punto di riferimento in merito di livello universitario sperimentato e testato.
Sul sito www.actl.it/diplomati.html potrete trovare l’elenco dei corsi di diploma universitario – le università e le sedi dove si svolgevano – attivi prima dell’avvento della Riforma.

b) La laurea specialistica o di “secondo livello” (LS)

Se volete diventare dottori nella vostra disciplina, allora dovete continuare per altri 2 anni l’università iscrivendovi, dopo aver conseguito la laurea triennale, al biennio di specializzazione. Lo potete fare anche cambiando corso di laurea (rispetto a quello seguito in precedenza), prestando attenzione ad alcuni vincoli che vi dirò più avanti. Potete anche cambiare ateneo, e addirittura potete conseguirlo in un altro Paese europeo. I corsi di laurea specialistica sono stati organizzati – come quelli della laurea triennale – secondo corsi affini e divisi all’interno di 104 “Classi di laurea” in modo da dare loro un identico valore legale (assicurato dall’appartenenza a quella classe). Alla fine del biennio se avete superato tutti gli esami acquisendo i crediti previsti per questo corso (120 crediti), conseguite la laurea specialistica. Con questo titolo potrete inserirvi nel mondo del lavoro con una formazione di “livello avanzato” accedendo alle libere professioni, o ad attività di elevata qualificazione in speciali ambiti lavorativi (vedi l’approfondimento più avanti). Oppure, potrete scegliere di proseguire ancora gli studi (se non vi siete ancora stancati!) attraverso un Master di “secondo livello”, oppure un Corso di specializzazione. Infine potete scegliere di fare ricerca attraverso i dottorati nelle università.

Lo sviluppo della Riforma universitaria: dal “3+2” all’ “1+2+2”. Dalla Riforma alla “Riforma della riforma”

Più di cinque anni or sono l’Università veniva riformata alla luce del confronto europeo introducendo il sistema del “3+2”.
Con la pubblicazione del nuovo decreto (Dpr 270 del 20 novembre 2004) il governo italiano per mano del Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Letizia Moratti, ha a sua volta modificato ulteriormente la riforma con alcuni importanti provvedimenti, riguardanti gli studi di livello universitario, definiti da subito come la “Riforma della riforma”. Ciò implica un’altra piccola, o meno piccola, rivoluzione nell’ambito universitario. Il “vecchio” modello del “3+2” va in pensione e al suo posto viene introdotto un percorso denominato a “Y” o dell’“1+2+2”. Vediamo adesso di ricostruire per tappe la vicenda in modo da capire meglio lo spirito della nuova legge e schematizzare i provvedimenti presi.

La storia recente

Dopo che il Consiglio di Stato aveva dato nel marzo del 2004 parere favorevole allo schema di regolamento di modifica del decreto 509/1999 (la Riforma del 3+2), è arrivata nel novembre 2004 anche l’approvazione al decreto da parte della Corte dei Conti. Sono così stati istituiti sette tavoli tecnici per macroaree disciplinari per ultimare tutti i processi di rivisitazione e accorpamento delle attuali classi di laurea di primo e secondo livello (ritenute da alcuni troppo numerose e dispersive). Al termine di questi lavori finalmente il decreto ha trovato la sua configurazione finale e potrà così essere finalmente attuato, anche se non mancano perplessità e riserve da parte degli atenei.
(continua…)